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Le Divinità nell'Induismo

 


AGNI

Agni è il fuoco, l'elemento di purificazione, ciò che bruciando le impurità, eleva l'uomo dalla mortalità all'immortalità. Sin dagli albori della razza umana, il fuoco era visto come manifestazione di un elemento superiore alla contingenza. Il fuoco esprime luce, la luce sorge dal fuoco. Fuoco è l'astro solare, fuoco sono le stelle, fuoco sono i lampi della tempesta. Il connubio fra fuoco e luce si molto evoluto nella storia interiore dell'uomo e, a tutt'oggi, nell'era moderna, l'uomo indica il Divino e i suoi messaggeri o incarnazioni, così come i saggi e filosofi realizzati come portatori di luce, e quegli esseri che vediamo raggiungere la prossimità col mistero del Divino, vengono chiamati illuminati.

La fiamma del fuoco unifica ogni cosa, riducendo l'apparenza della molteplicità delle forme ad un'unica sostanza, impalpabile, immiscibile in acqua, insapore, etc., è la vibhuti usata in molti culti come segno distintivo per marcare il corpo di coloro che si dedicano ad un percorso verso il Divino. Agni è il più importante degli dei terrestri, secondo per importanza fra gli dei dell'antica mitologia vedica solo a Indra. Agni è il fuoco del sole, del fulmine e quello terreno che gli uomini accendono per venerare le Forme del Divino.

Come personificazione divina del fuoco rituale del sacrificio, Agni è la bocca degli dei, il tramite che porta loro l'oblazione, l'offerta. E' il mediatore fra l'ordine umano e quello Divino. Nonostante presenti due volti, uno benevolo e uno severo, grazie alla sua funzione di mediatore è molto amato e venerato perché intercede per l'uomo presso tutti gli altri dei. Viene rappresentato con due teste, i capelli ritti a simboleggiare le fiamme che salgono, tre o sette lingue (da 3 a 7), tre gambe e fino a sette braccia, accompagnato da un montone, mentre regge il ventaglio per alimentare le fiamme, la fiaccola e il cucchiaio sacrificale. Il volto severo è quello che giudica e la sua è la natura dell'onnipresenza, grazie alla sua triplice natura (celeste, acquatica e terrena); viene infatti visto come figlio o amante delle acque (a seconda dei culti originari). E' detto anche "Figlio delle due Madri", perché nasce dallo sfregamento di due bastoncini di legno, che alla sua nascita subito divora.

In alcuni inni del Rgveda viene talvolta identificato con il Dio Rudra, che diverrà poi il successivo Shiva. Attualmente in India non esistono culti rilevanti che facciano Agni centrale nella loro devozione, ma nonostante questo continua ad essere considerato un aspetto importante del Divino, specialmente nella sua natura di luce. Agni assume molta importanza in tutti gli altri culti, specialmente durante le cerimonie che prevedano l'uso del fuoco e considerato che quasi tutte le cerimonie si concludono con un'oblazione di fuoco e che le stesse icone vengono venerate attraverso l'offerta del fuoco sacrificale, si comprende la sua importanza. Esiste poi una classe sacerdotale di Bramani, gli Agnihotri, che lo invoca in molte cerimonie.

In alcuni culti Shakta dell'India (che adorano l'aspetto energetico della manifestazione, personificato nella consorte di Shiva o nello stesso Shiva), Agni è associato alla kundalini, considerato come l'energia di Shiva, la coscienza transcende la molteplicità.

Nell'Illuminazione, kundalini è completamente desta e la persona, non più individuo, è identico a Shiva, nella pienezza di tutti i suoi attributi divini che si manifestano attraverso l'ananda (beatitudine).

BALARAMA

Fratello maggiore di Krishna, settima incarnazione di Vishnu. Vishnu prese due capelli, uno bianco e uno nero, dalla sua chioma, e creò col nero Krishna (raffigurato, infatti, con la pelle azzurra) e col bianco Balarama. Quest'ultimo sfuggì al tiranno di Mathura, Kansa, che ne voleva la morte. Divenuto adulto, uccise il demone Dhenuka e aiutò Krishna a sconfiggere e uccidere Kansa. Balarama insegnò l'uso della mazza ferrata a Bhima e Duryodhana. che si preparavano alla guerra di Kurukshetra, descritta nel Mahabharata. Gli emblemi di Balarama sono il vomere Hala e il pestello Musala: egli era infatti considerato il dio degli agricoltori, mentre Krishna era il gopala, il pastore di buoi.

BRAHMA

Personificazione del supremo Brahman, è il creatore dell'universo e membro, insieme a Shiva e Vishnu, della Trimurti indù, triade divina di formazione post vedica.

Benché l'attività creatrice sia stata attribuita a diverse divinità nel periodo vedico più antico, nell'epoca dei Brahmana (un genere di letteratura vedica interessata al dogma e al rituale, ma ricca anche di riferimenti mitici e speculazioni filosofiche) il dio padre, Prajapati (l'epiteto vedico di Brahma), appare l'unico creatore; nella Manu Smriti o Leggi di Manu si afferma che Brahma, già autonomamente esistente, crea il mondo dall'uovo cosmico e la sua esistenza si protrae per un tempo così lungo da non essere paragonabile alle grandezze concepibili dall'uomo.

Le tradizionali rappresentazioni indù di Brahma lo raffigurano nato da un loto che spunta dall'ombelico di Vishnu e dotato originariamente di cinque teste, una delle quali viene tagliata da Shiva. Sua sposa è Sarasvati, la personificazione dell'eloquenza, la dea del sapere e delle arti che costituisce una delle numerose personificazioni della Grande Dea. Nell'attuale religione indù Brahma svolge un ruolo di secondo piano: Vishnu, Shiva e la stessa Sarasvati vengono venerati più diffusamente di questo dio.


DEVA E ASURA

Nella tradizione vedica un gruppo di 33 divinità e demoni che governavano le regioni di cielo, aria e terra, e assistevano l'umanità con i loro poteri benigni. Nella lotta cosmica tra le forze dell'ordine e il caos, ai Deva si contrapponevano i demoniaci Asura. Questo conflitto è rappresentato nel mito che narra che gli dei più potenti sradicarono il monte Mandara, vi avvolsero attorno il serpente Vasuki e lo scagliarono nell'oceano; i Deva tiravano il serpente da una parte, gli Asura dall'altra, finché l'oceano diventò burro. Ne emersero infine il Sole e la Luna, seguiti da Dhanvantari, medico degli dei, che portava l'elisir dell'immortalità.

In un altro mito una battaglia infuriò tra Deva e Asura per centinaia di anni; i Deva furono messi in fuga dal demone bufalo Mahisha, ma si salvarono grazie alla collera di Vishnu e Shiva, così violenta da materializzarsi nella forma della divinità Durga, che ebbe la meglio sul bufalo. In numerosi miti gli Asura ottennero l'aiuto di Brahma, che consentì loro, ad esempio, di costruire tre grandi città da cui dominare le regioni di cielo, aria e terra. All'apice della gloria, tuttavia, le città degli Asura furono ridotte in cenere da Shiva e gli stessi Asura vennero scagliati in mare.

Nello zoroastrismo gli Asura, o Ahura, erano associati alle forze del bene sotto la guida del dio supremo Ahura Mazda, mentre i Deva o Daeva svolgevano il ruolo opposto, essendo associati allo spirito del male Arimane.

DURGA

Durga (in Sanskrito: "l'Inaccessibile"), nella mitologia Indù, è una delle molte forme di Shakti, spesso identificata come moglie di Shiva E' molto nota la battaglia in cui sconfisse il demone Mahisasura, dalla forma di bufalo. Secondo il mito, Durga fu creato proprio per questo scopo con le fiamme che uscirono dalle bocche di Brahma, Vishnu, Shiva, e di altre divinità minori. Nacque già adulta e bellissima, nonostante ai suoi nemici si presenta con una forma terribile. Viene raffigurata mentre cavalca un leone o talvolta una tigre, con otto o dieci braccia ognuna delle quali porta una delle armi degli altri dei che glieli cedettero per la battaglia contro il bufalo-demone. La Durga-puja è uno delle festività religiose più importanti che si tengono nell'India del Nord, fra Settembre e Ottobre. Un'immagine speciale della Divinità viene venerata con cerimonie particolari per nove giorni, e poi immersa dopo essere stata portata in processione dai bramani seguiti dalla popolazione.


GANESHA – GANAPATI

La filosofia relativa al "chi vede" ed alla "cosa vista" è il grande messaggio di Ganapathi, di cui oggi celebriamo l'avvento. Ga sta per Intelligenza (Buddhi), Na per Saggezza (Vijtlana), Pathi per Maestro. Ganapathi, pertanto, è il Maestro della Conoscenza, dell'Intelligenza e della Saggezza. Esiste poi un altro significato rilevante della parola Ganapathi: essa indica che Egli è il Condottiero (Pathi) degli Esseri Celesti (Gana).

Egli è anche chiamato Vinayaka, che significa "Colui al di sopra del quale non esistono Maestri". Egli è il Maestro Supremo ed è al di là della condizione dell'assenza di mente. Chi ha domato la mente, non occorre che abbia maestri.

Noi pensiamo alla forma fisica di Vinayaka, con la testa di elefante ed il corpo di essere umano, senza aver compreso questa verità. Ogni volta che la gente intende intraprendere qualche attività, vuole iniziare lo studio della musica o delle belle arti, oppure dedicarsi a qualche ramo dello scibile, offre, prima di cominciare, il proprio culto a Vinayaka.

Potenza spirituale (siddhi) ed intelligenza suprema (buddhi) Egli è anche detto Lambodara, che significa "Guardiano della ricchezza". In questo caso, il termine lakshmi rappresenta ogni ricchezza e prosperità, non solo il denaro, per il quale esiste una diversa divinità, detta Dhanalakshmi, una delle otto Lakshmi. In questo caso, ricchezza significa gioia e beatitudine. A che serve avere tutto il resto se non si possiede gioia e beatitudine? Ganapathi è Colui che ci dona potenza spirituale ed intelligenza suprema, dette, rispettivamente, siddhi e buddhi. Esse vengono descritte come le Sue due consorti. Poiché Egli è il Maestro della potenza spirituale e dell'intelligenza suprema, viene considerato, in termini terreni, loro marito. Vinayaka non ha desideri, ragion per cui non v'è necessità che abbia moglie e figli.

In questo Paese, viene adorato fin dai tempi più antichi, ma esistono testimonianze storiche che mettono in luce come il culto di Vinayaka fosse diffuso anche in altri Paesi, come la Tailandia, il Giappone, la Germania ed il Regno Unito. L ’adorazione di Vinayaka come divinità principale viene menzionata nei Veda e, sia in tali Scritture che nelle Upanishad, si parla del profondo significato di Ganapathi. Anche nella Gayathri si fa a Lui riferimento. Egli è Colui che infonde purezza nel corpo e caccia la paura dalla mente.

Si dice: "Possa Colui che è dotato di zanna spingerci a ciò” (alla meditazione) facendo riferimento alla Sua zanna. Alcune persone, per ignoranza, fanno commenti sulla forma di grosso animale che questa Divinità Suprema possiede e si chiedono come un essere, di dimensioni così mastodontiche, possa cavalcare un topolino, il quale viene descritto come Suo veicolo. Il topolino è simbolo del buio dell'ignoranza, mentre Ganesha rappresenta il fulgore della Saggezza che dissipa le tenebre dell'ignoranza.

Anche l'offerta di cibo che viene fatta a Ganesha ha grande significato, poiché viene preparata con farina di ceci e zucchero grezzo o con pepe e racchiusa in un involucro di pasta; viene poi cotta a vapore senza uso di olio. Si ritiene che questo sia un cibo salutare oltre che squisito, poiché si rifà ai canoni culinari del sistema ayurvedico.

Anche i medici moderni riconoscono l'importanza dei cibi cotti a vapore, che raccomandano ai propri pazienti come dieta postoperatoria, poiché essa rende più facile la digestione. Per quanto riguarda lo zucchero grezzo, esso ha la proprietà di regolare la formazione di meteorismo, allevia i disturbi legati agli occhi e previene i disturbi gastrici.

Secondo l'antico sistema tradizionale di celebrazione delle festività, è sempre stata messa in grande risalto la buona salute, come requisito indispensabile per una mente sana e quindi meglio orientata verso il cammino della ricerca spirituale. Per raggiungere i quattro obiettivi della vita umana, cioè Rettitudine (Dharma), Prosperità (Artha), Desiderio (Kama) e Liberazione (Moksha), si dovrebbe possedere un corpo fondamentalmente sano. Se si vuole ottenere ricchezza con mezzi onesti e nutrire desideri che conducano alla liberazione, si deve essere in buona salute. Vinayaka viene anche chiamato Vighneswara, poiché Egli rimuove tutti gli ostacoli che potrebbero intralciare l'azione dei devoti che Lo pregano con sincerità. Gli studenti, quando si recano ad adorarlo, portano con sé i propri libri, affinché tutte le nozioni contenutevi possano da loro essere ben assimilate.

Il significato simbolico della testa di elefante, tipica di Ganesha, deve essere compreso appieno. L ’elefante è dotato di profonda intelligenza. Ieri, per esempio, la Sai Gita (l'elefante di Baba) ha cominciato a correre quando ha sentito arrivare la macchina di Swami. Sebbene molte macchine fossero al seguito della macchina di Swami, la Gita è riuscita infallibilmente a riconoscere, dal rumore particolare, "quella" macchina. Questo è il motivo per cui si suole dire "intelligenza da elefante"; di una persona dotata di cervello acuto, si suole dire che possiede l'intelligenza di un elefante.

L ’elefante possiede il vigore datogli dall'intelligenza.

Esso ha, inoltre, grandi orecchie che gli permettono di sentire ogni minimo rumore. Ascoltare le Glorie del Signore è il primo passo da intraprendere nel sentiero della pratica spirituale e, per fare ciò, bisogna tenere le orecchie ben aperte. Dopo aver udito, è necessario riflettere su quanto si è appreso e poi metterlo in pratica. L ’elefante accetta lode e biasimo in modo equanime. Quando ode qualcosa di brutto muove il corpo in qua e in là e si scrolla di dosso le cose indesiderate, mentre trattiene quelle buone.

Solo Vinayaka insegna le lezioni che sono fondamentali per l'umanità: non basta avere una statua da adorare ed offrirle cerimonie di culto per qualche giorno; bisogna invece cercare di diventare maestri di se stessi. Esistono nove sistemi di devozione: ascoltare le Glorie del Signore; cantare la Sua Gloria; pensare al Signore e cantarne il nome; servirlo, mettendosi ai suoi Piedi di Loto; inchinarsi a Lui riverentemente; adorarlo; mettersi al Suo servizio come un servo fa con il proprio padrone; nutrire sentimenti di intima amicizia con il Signore; completo abbandono di sé a Lui. L'elefante sta ad indicare l'unione del primo sistema di devozione con l'ultimo, cioè l'ascolto delle Glorie del Signore ed il completo abbandono a Lui, in modo che tutti gli altri sistemi devozionali intermedi vengano compresi.

L'insegnamento di Vinayaka è incentrato sul sacrificio. Potrete non seguire quanto è contenuto nei Purana, ma non potrete non rilevare i principi fondamentali che, tali Scritture, hanno inteso comunicare all'umanità.

Quando Vinayaka si accingeva a scrivere il Mahabbarata che Gli sarebbe stato dettato dal saggio Vyasa, quest'ultimo pose come condizione che, durante la stesura dell'opera, Vinayaka non si sarebbe dovuto mai fermare, qualunque cosa Vyasa avesse detto. Anche Vinayaka, tuttavia, disse che avrebbe scritto, a patto che Vyasa non interrompesse la sua dettatura. Mentre Vinayaka era intento a scrivere, la Sua penna si ruppe ed Egli non esitò a rompere una delle proprie zanne per poterla usare come penna. Questo è il motivo per cui Egli viene chiamato Ekadanta, che significa "Colui che possiede una sola zanna”. Questo è un esempio illuminante relativo allo spirito di sacrificio che Vinayaka dimostrò per il bene dell'umanità. Ecco perché i Veda proclamano che, solo attraverso il sacrificio, si può ottenere l'immortalità.


GARUDA

Nella mitologia indù, dio uccello, figlio del grande saggio Kasyapa e di sua moglie Vinata. Garuda ("il divoratore") nacque da una delle due uova deposte da Vinata, covata per un migliaio di anni (suo fratello, Aruna, l'alba risplendente, nacque quando l'impaziente Vinata ruppe l'altro uovo dopo soli cinquecento anni).

Garuda compare in molti miti indù, soprattutto in due ruoli: quello di divoratore di serpenti e quello di cavalcatura del dio supremo e protettore del mondo, Vishnu. In termini simbolici, Garuda rappresenta l'ascesa dal piano materiale alla più elevata consapevolezza spirituale. I serpenti che cerca di distruggere (che sono, nel racconto mitico, i suoi stessi cugini) simboleggiano la consapevolezza spirituale in un contesto terreno. Nella credenza popolare, Garuda protegge dai serpenti e divora ogni cosa malvagia.

INDRA

Nell'antica religione dell'epoca vedica, dio dell'atmosfera e della pioggia, signore del cattivo tempo e guerriero celeste. Tra gli dei vedici il più celebrato (oltre 250 inni dei Veda sono a lui dedicati), Indra rappresenta l'avversario più temibile di diverse forze demoniache che impediscono alla pioggia e alla rugiada di fare fruttificare la terra. La sua sposa è Indrani.

Dopo aver ucciso il padre Dyaus, diventa il dio supremo dell'universo. Divinità tutelare degli Arii, è il dio della forza ed il protettore dei guerrieri e dominatori. E' anche chiamato Vritrahan, in sanscrito "L'uccisore di Vritra". Vritra era un demone malvagio in forma di immenso serpente, che impediva alle acque dei fiumi, dei torrenti e anche a quelle dei cieli di scorrere liberamente.

Indra lo uccise e liberò i corsi d'acqua, che riportarono la vita sulla terra. Indra rappresenta l'ordine cosmico che sconfigge il disordine universale configurato da Vritra.

Questo mito riflette altresì l'evento delle piogge monsonich e che pone fine ai periodi di siccità. Nel combattimento è accompagnato dai Marut, divinità della tempesta, anch'essi armati di folgore e lance, che annunciano l'arrivo dei monsoni e cantano senza posa le lodi di Indra. Tremendo fu anche la lotta con l'astuto demone Namuci, che riuscì a ridurre Indra all'impotenza mescolando alcool al soma. Il Dio dovette, allora, chiedere aiuto agli Asvhin, gli dei gemelli, e a Sarasvati che lo liberarono dall'ubriachezza, così da rendergli possibile la vittoria sul demone. Indra, nell'antica fase vedica dell'Induismo, occupava il primo posto, accanto a Mitra e Varuna, nel pantheon degli dei; in seguito la sua importanza era destinata a diminuire rispetto agli dei emergenti Vishnu e Shiva. Diventò un semplice suddito di Vishnu e, conosciuti la paura e il desiderio, rischiò addirittura di perdere l'immortalità. Raffigurato come penitente per aver ucciso il brahmano Vritra, è caratterizzato da una certa ottusità (è lento a comprendere la dottrina di Brahma), e viene spesso battuto da dei ed eroi più recenti e popolari, e anche da certi brahmani in quanto a valore e rigoroso ascetismo. I suoi difetti principali, secondo i Purana, erano l'indulgenza verso i propri appetiti sensuali e l'abuso di una bevanda divina allucinogena, i l soma. Alcune leggende antiche narrano che Indra governava Svarga una zona del paradiso indiano; da qui talvolta inviava alcune apsara, ninfe paradisiache, a danzare seducentemente dinanzi a chi riteneva troppo ascetico.

Nell'arte indù Indra è raffigurato nei colori oro o rossiccio, scortato da numerosi servitori divini e, talvolta, dal suo cane, Sarma. Spesso monta il suo elefante celeste Airavata o un cavallo bianco; raffigurato frequentemente con quattro braccia, con una mano regge una saetta (la sua arma), con un'altra maneggia una lancia; con la terza regge una faretra; con la quarta reca una rete di illusioni e un uncino, per ingannare e sorprendere i nemici. L'arco di Indra è l'arcobaleno.

KAMA

Kama, nella mitologia è il Dio dell'Amore. Durante l'era vedica, impersona il desiderio cosmico, o l'impulso creativo, e per questo viene considerato il primo a sorgere dal caos primordiale, Kama è colui che rende possibili tutte le altre creazioni successive. Negli ultimi periodi viene rappresentato come un giovinetto circondato da ninfe del celestiali che colpisce con frecce che suscitano l'amore. Il suo arco è fatto di canna da zucchero, e la corda dell'arco da una fila di api. Una volta fu mandato dalle altre divinità a stimolare la passione di Shiva per Rati, interrompendo così la sua meditazione in cima alle montagne. Shiva si arrabbiò bruciandolo col terzo occhio e riducendolo in cenere. Così divenne Ananga (senza corpo), ma altre leggende narrano che Shiva dopo essersi intrattenuto con la moglie, lo riportò in vita.

Il termine kama viene riferito anche riferito ad uno degli scopi della vita umana (purushartha).

KRISHNA


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Nella mitologia dell'induismo uno degli avatara, o incarnazione, del dio Vishnu, ma per molti devoti semplicemente il Dio supremo e salvatore universale. Storicamente, numerosi e differenti "culti di Krishna" si diffusero nei secoli, plasmando una divinità dai numerosi aspetti, come Krishna ladro del burro, fanciullo malizioso ma adorabile (legato alla città di Vrindaban, a sud di Delhi) e il Krishna dalla pelle blu, divinità pastorale che suona il flauto.

Significato letterale del nome Krishna: La radice "Krs" esprime l'Esistenza Tutto-attraente, e la parola "na" esprime l'estasi Suprema. La combinazione delle due dà il Nome Krishna, indicante il Parama brhama (la Suprema verità Assoluta, il Dio Supremo)", un'altro nome di Krishna è Syamasundara.

I suoi due aspetti più importanti per la storia dell'induismo, però, sono quelli di protagonista della guerra descritta nel Mahabharata e di dio mandriano, amato dalle pastorelle. Il guerriero Krishna dell'epica del Mahabharata svolge, come auriga dell'eroe Arjuna, il ruolo chiave nel più noto episodio del poema, il "Canto del Signore", o Bhagavad-Gita. Qui egli insegna varie vie di liberazione, ma, soprattutto, si rivela come Dio onnipotente. Dio (Krishna) è quindi l'unico vero attore dell'universo e l'unico possibile oggetto di devozione, che ricambia a sua volta l'amore dei devoti.

La Bhagavad-Gita è probabilmente il più popolare fra i testi indù, ma è particolarmente significativo per i devoti di Vishnu, che indentificano il Krishna della Gita con il loro grande dio. Mentre la devozione (bhakti) raccomandata dalla Gita è di tipo relativamente ascetico, quella legata al Krishna mandriano è intensamente emozionale ed erotica. Questa relazione d'amore tra la divinità e i suoi devoti si esprime nei racconti popolari degli incontri di Krishna con pastorelle (gopi) come Radha. Queste storie diedero origine a una copiosa letteratura, e in particolare ai Bhagavata-purana del IX secolo e al Gitagovinda, "Canto del mandriano" di Jayadeva (XII secolo), diventando anche un argomento prediletto per la rappresentazione artistica e la produzione teatrale.

Due personaggi importanti per quanto concerne gli sviluppi successivi della devozione a Krishna sono il bengalese Chaitanya e Vallabhacaraya, nato nell'India meridionale, entrambi attivi nel XVI secolo. L'attuale movimento degli Hare Krishna, portato in Occidente nel 1965 da A.C. Swami Bhaktivedanta, deriva direttamente dalla scuola di devozione fondata da Chaitanya.

MITRA

Uno degli Adithya della cosmologia induista. Era il guardiano dell'ordine cosmico, insieme al fratello Varuna. Era anche il dio dell'amicizia e degli affari e governava le ore diurne. Intermediario fra gli uomini e gli dei.

In epoca prevedica probabilmente Mitra era un dio molto importante ma con l'avvento degli Indo Ariani passò in secondo piano. Nel RigVeda è sempre presentato insieme al fratello Varuna, che viene detto suo gemello e come lui un Adithya. Il dio ebbe maggiore importanza in Persia, dove era conosciuto come Mithra e da lì si diffuse fino all'antica Roma, dove veniva chiamato Mithras .


RAMA

(Ramachandra) Râma è l’ape che sugge il miele della devozione dal loto del cuore. L ’ape divarica i petali del fiore su cui si posa; ma Râma ne aumenta la bellezza e la fragranza. Egli è come il Sole, che con i suoi raggi attira a sé le acque accumulandole in nubi, per poi restituirle in forma di pioggia a placare la sete della terra. Râma, il suono mistico e potente, nasce dall’ombelico, sale fino alla lingua e su di essa vi danza allegramente. La dichiarazione dei Veda, Tat tvam asi, “Quello tu sei”, è racchiusa nella parola Râma, la quale consiste di tre suoni: ra, â e ma. Di questi, “ra” è il simbolo di tat (Quello, Brahman, Dio); “ma” è il simbolo di tvam (tu, il jîvi, l’individuo), e la “â” che unisce i due è il simbolo della loro identità. La parola Râma ha anche un significato numerico: “ra” conta come 2, “â” vale 0, e “ma” conta per 5; per cui, la somma equivalente è 7, numero fausto.

Abbiamo le 7 svara (note) della musica e i 7 Saggi celesti; inoltre, recitare continuamente Râma per 7 giorni è ritenuto particolarmente benefico.

Ogni atto ed attore della storia [della vita di Rama va considerata in senso allegorico perché] attrae l'attenzione del lettore e si imprime nella sua memoria perché l'allegoria riguarda personalmente ciascuno di noi.

Per esempio Dasaratha. il Re, rappresenta il corpo umano con i cinque sensi di percezione ed i cinque sensi di azione. Egli aveva tre mogli i tre guna o predisposizioni: Sattva, Rajas e Tamas i cui nomi erano Kausalya. Sumitra e Kaikeyi. Ebbe 4 figli che incarnano i quattro scopi della vita umana: Dharma. (la rettitudine), Artha (la ricchezza), Kama (il desiderio) e Moksha (la liberazione). Rama è l'incarnazione del Dharma. Gli altri tre obbiettivi possono essere acquisiti solo aderendo fedelmente al Dharma. e i fratelli di Rama, Lakshmana, Bharatha e Satrughna. seguirono le Sue orme.

Per la Sua costante osservanza al Dharma, Rama poteva contare su una forza spirituale straordinaria tanto da essere in grado di maneggiare e tendere il potente arco di Siva, lo Sivadhanus, dando così la prova di aver vinto l'illusione. Janaka, re di Videha. Teneva quell'arco in custodia, e cercava l'eroe capace di manovrarlo. Il Videhi (il re di Videha), il "senza corpo" o "senza la coscienza del corpo" offri sua figlia (la consapevolezza del Brahman) a Rama, e Sita divenne la sua Sposa. Dunque Rama, sposando Sita, "acquisì la suprema saggezza. Da dove era uscita Sita? La storia dice "da un solco della terra" da Prakrithi la Natura. Questa frase dimostra che la conoscenza del Brahman o Brahmajnana implica in modo rilevante, anche la Natura o Prakrithi.

Il passo successivo descrive Rama nella spessa giungla della vita, infestata di attrazioni ed avversioni. La saggezza suprema non può coesistere con la dualità, ma esige la rinuncia dei due opposti aspetti. Rama seguì il cervo d'oro che Sita desiderava e, in conseguenza di quell'errore la Sua saggezza svanì.

Rama (esempio tipico dell'individuo o Jivi) dovette quindi sottoporsi a molte austerità per riguadagnare la suprema illuminazione; perciò secondo la storia raggiunse la vetta del Rsyamuka. dimora del distacco totale. Colà si assicurò due alleati: Sugriva (la discriminazione) e Hanuman (il coraggio). L'alleanza fu siglata da una prestazione di Rama che diede prova della sua lealtà al Dharma sotto ogni condizione, uccidendo Vali, vittima viziosa della debolezza, il quale, detronizzato suo padre, l'aveva costretto a rifugiarsi nella giungla. Si era poi associato con Ravana, il maligno, ed aveva ingiuriato e maltrattato il fratello Sugriva senza alcuna ragione apparente. Vali era caduto cosi in basso a causa delle compagnie che amava frequentare. La sua storia è un ammonimento per tutti. Einstein diceva spesso: "Dimmi chi frequenti e ti dirò chi sei".

Rama insediò Viveka, la discriminazione, sul trono di Vali. Poi con i suoi alleati, andò in cerca di Sita, la saggezza perduta. E nel Suo cammino. venne a trovarsi di fronte ad un vasto oceano di illusione (Moha).Il Suo alleato Hanuman che aveva una visione serena, non offuscata da desideri né da ignoranza, desiderava soltanto ripetere il nome di Rama e visualizzare la Sua forma; in tal modo riuscì ad attraversare felicemente e con sicurezza l'oceano.

Rama raggiunse l'altra sponda, uccise Ravana (incarnazione delle qualità rajasiche, passionali, impulsive) e suo fratello Kumhhakarna (incarnazione dell'aspetto tamasico negativo e distruttivo). Riuscì così a ricuperare Sita (la conoscenza suprema) e ritornò con lei ad Ayodya la città inespugnabile. sorgente e fonte della saggezza). Il viaggio dell'anima si conclude con la sua apoteosi. Questo che vi ho descritto è il Ramayana (la storia di Rama) che ogni aspirante dovrebbe tenere presente. Ayodya è il cuore, Dasaratha è il corpo, i Guna sono le mogli, i Purusharta sono i figli, Sita è la saggezza. Per avere la saggezza è indispensabile purificare quei tre strumenti: il corpo la parola e la mente. Hanuman è l'esempio luminoso dell'anima realizzata. Quando egli si presentò a Rama per offrirgli i suoi servigi, Rama si rivolse a Lakshmana dicendo: "Ascolta fratello, vedi come Hanuman conosce a fondo i Veda. La sua parola è satura dell'umiltà e della dedizione impersonate dal Rg Veda, del riguardo e del rispetto espressi dallo Yajur Veda e dalla visione intuitiva che il Sama Veda trasfonde. Hanuman conosce tutti i testi sacri ed è un autentico devoto. Sugriva è fortunato ad avere come ministro Hanuman, i cui pensieri, parole e azioni sono offerte fatte a Dio".

Quando questi tre atti sono in perfetta armonia, si ottiene la Grazia di Dio come la ottenne Hanuman. Rama è il Dharma. Sugriva incespicò in questa disciplina e non mantenne la parola data: non organizzò le sue truppe sebbene la stagione delle piogge fosse terminata.

Così Lakshmana sfogò la sua ira contro l'ingratitudine e l'iniquità da lui mostrate. "Non potrai mai purificarti dal peccato di ingratitudine e di violazione dei patti; la tua condotta è talmente reprensibile che persino gli avvoltoi rifiuterebbero di cibarsi del tuo cadavere".

Quando il colpevole cadde ai piedi di Rama cercando il perdono, Rama disse: "Lakshmana! Sugriva. accecato dall'orgoglio, dal potere e dall'ignoranza era felice e sicuro sul suo trono. Solo la miseria può aprire gli occhi alla gente sui valori che furono trascurati. Egli si era aggrappato alle cose temporanee e futili che intossicano l'uomo. Come può una tale persona seguire il sentiero del Dharma?"

Anche Hanuman era andato da Sugriva e gli aveva consigliato di pentirsi e riabilitarsi con la rettitudine e la riconoscenza. È indispensabile ammettere i propri errori e porre rimedio alle inevitabili conseguenze con una sincera autocritica e col pentimento. Si dice spesso che Rama abbia sempre seguito il Dharma ma non è esatto. Egli non fu un seguace del Dharma: Egli era il Dharma ! Ciò che pensava, diceva e faceva era Dharma, il Dharma eterno! La recitazione e l'ascolto del Ramayana può fare di una persona un vero esponente del Dharma: tutti i suoi atti - pensieri, parole, azioni saranno improntati a quell'ideale.